12 ottobre 2009
Lettera aperta a Silvio Berlusconi
Caro Presidente,

la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il Lodo Alfano è stata per lei un duro colpo. Le strategie dei suoi più fidati consiglieri e le rassicurazioni di Napolitano l'avevano convinta che l'esito di questa vicenda sarebbe stato positivo.
Chi le scrive, invece, è stato sempre piuttosto scettico sul verdetto che la Consulta era chiamata a partorire. I fatti mi danno ragione, ma questo poco importa. La sua reazione personale, almeno quella a caldo, è umanamente comprensibile. Si è trattato, infatti, di una sconfitta personale, politica e giudiziaria.
Lei ora sbandiera il suo consenso popolare, brandendolo come un'arma da usare in una guerra contro tutto e tutti. Questo fa piacere ad alcuni sostenitori del centrodestra poiché, in passato, quando si è trovato sotto pressione spesso lei ha dato il meglio di sé. Altri invece sono preoccupati dal fatto che questa sua ostinazione possa condurre il paese nella spirale di una battaglia autoreferenziale. Forse, se è vero che tra i requisiti di un leader c'è anche quello di mantenere i nervi saldi anche quando le pressioni si moltiplicano, conviene guardare alla faccenda con un po' più di distacco.
Come ha scritto Davide Giacalone, non si deve credere che il suffragio popolare sia un giudizio che supera quello penale e l'autonomia tra le due cose è alla base dello stato di diritto.
Lei il consenso lo ha sempre avuto, negli ultimi quindici anni. Lo ha avuto nel 1994, nel 2001 e nel 2008, quando ha vinto le elezioni. E lo ha avuto nel 1996 e nel 2006, quando pur avendo più voti dei suoi avversari le ha perse. È il consenso di una parte maggioritaria del paese che ha visto in lei una speranza di cambiamento o il male minore da scegliere. Comunque di milioni di italiani che temono più i programmi elettorali del centrosinistra che i suoi guai giudiziari.
Questo consenso le è bastato per andare spesso (ma nemmeno sempre) al governo. Non ha però impedito che i suoi avversari, anche perché privi di esso, le tentassero tutte per farla pagare a chi all'inizio degli anni Novanta fece mancare loro l'appuntamento con la storia. Insomma, non la mette riparo dagli scherzi del destino e dai tranelli della politica. Ormai lei dovrebbe essere avvezzo alle campagne diffamatorie e a quelle giudiziarie. Queste ultime sono tanto più facili se la magistratura indossa l'elmetto e decide di entrare a gamba tesa nell'arena politica.
Se, però, i giudici lo fanno, di ciò lei non è solo una vittima, ma anche il colpevole. Come lo è per gli altri problemi che affliggono la giustizia italiana. Il CSM è in balia delle correnti togate, la comunanza delle carriere di giudici e pm è uno sfregio ai diritti della difesa e i processi sono così lunghi da violare puntualmente le norme internazionali che ne richiedono l'equità. Sono cose che sappiamo da anni e, dal 1994 a oggi, c'è stato tempo in abbondanza per intervenire, ma ciò non è stato fatto.
Lei non sarà, forse, l'unico colpevole. La leadership indiscussa che ha esercitato sullo schieramento di centrodestra nella cosiddetta seconda repubblica la rende, però, quantomeno il principale indiziato. Chi le scrive avrebbe voluto vedere da anni riforme incisive del sistema giudiziario italiano, che oggi è una delle più imbarazzanti e disarmanti zavorre del paese. Così come in molti altri settori.
L'Italia è afflitta da un fisco asfissiante e da un debito pubblico imponente. Da oligarchie e monopoli pubblici e privati (?). Da una burocrazia elefantiaca e da una pubblica amministrazione poco produttiva. Lo è oggi e lo era nel 1994. La popolazione invecchia e la sostenibilità del sistema pensionistico per le prossime generazioni è affidata a un atto di fede. La crescita economica è un miraggio da molto prima che arrivasse la crisi. Servono modernizzazione e svecchiamento, un taglio netto alla spesa pubblica, alle tasse, ai parlamentari e alle province. Liberalizzazioni e meritocrazia. In poche parole, la rivoluzione liberale che lei ha promesso quindici anni fa e che ancora attendiamo.
Se lei è convinto che a colpirla sia stata una magistratura politicizzata, allora il colpo è arrivato da una sua mancata riforma. Da anni gli italiani, anche e soprattutto quelli che votano per lei, sono colpiti quotidianamente dalle sue mancate riforme. Fanno file interminabili agli sportelli pubblici, attendono per una vita sentenze che non arrivano mai, si affannano invano a cercare di capire come si compili una dichiarazione dei redditi e si vedono sottrarre dal fisco una quota spropositata del frutto del loro lavoro.
Prendersela col mondo o coi comunisti, o col mondo comunista, serve a poco. Si sfoga la rabbia, si eccitano gli animi dei tifosi più accesi, ma si fa la fine di don Chisciotte contro i mulini a vento. Per cambiare lo status quo ci vuole altro. Faccia come le ha suggerito Brunetta: due consigli dei ministri a settimana. Si dedichi di più al paese e meno ai lodi e risponda con le riforme di cui l'Italia ha bisogno. Ha una maggioranza blindata e un consenso popolare da record. Non ha più Casini o Follini vari da usare come scuse per l'immobilismo e molte delle cose da fare le può trovare già scritte nel programma che ha presentato agli elettori un anno fa. O in quelli delle elezioni precedenti.
Cambi il paese e gli italiani non avranno solo i processi, ma qualche buon motivo in più per ricordarla.

Con stima. E speranza.

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11 settembre 2009
Atreju 2009 / Ritorno al Futuro Liveblogging
Atreju 2009, terzo giorno. Torniamo a occuparci della prima festa della Giovane Italia per seguire, per lo speciale di Tocqueville, uno degli incontri più interessanti della kermesse. "Ritorno al futuro. L'epoca di internet tra informazione, economia e libertà". Ospiti Italo Bocchino, Claudio Velardi, Luigi Crespi, Diego Bianchi e il sindaco.



19.11 Zoro: «Sì, internet è uno specchio della realtà, non c'è altro da aggiungere. Anche perchè le figure di D'Alema e La Russa incombono in lontananza».

19.09 «Google ha messo in piedi un mostro dal quale anche Google stesso può essere sconfitto».

19.07 Velardi: «La regolamentazione di internet può avvenire solo a livello mondiale. Non basta nemmeno il G20. Le politiche nazionali sono destinate al fallimento».

19.01 Crespi fa l'elogio di Obama. Andrea lo fulmina.

18.55 «Difendere i cittadini è fondamentale, ma il nemico non è colui che scarive una cattiveria, ma il codice di Google. Se io vengo accusato di violenza sessuale, la notizia avrà migliaia di accessi e finirà al primo posto. Se il giorno dopo sono scagionato, la notizia passa inosservata e al primo posto ci sarà ancora quella sbagliata».

18.51 Crespi: «Bocchino sa di cosa sta parlando, ma sento in tv politici parlarne sparando un sacco di cazzate. Internet rispecchia la società: le maldicenze e gli sputtanamenti c'erano anche prima, sono solo diventati più veloci».

18.50 «Internet sarà la leva per far crollare i regimi oppressivi. I governi non riusciranno a controllarlo».

18.48 «Google, modello progressista, è sceso a patti con l'Iran. Se la blogosfera americana, in modo bipartisan, protestasse, persino Google tornerebbe indietro».

18.45 Internet e dittature, è di nuovo il turno di Andrea. «Non solo Iran, anche in Moldavia c'è stata una twitter revolution, solo che la stampa non ne parla perchè il governo è comunista. Per quanto ci provino, i governi non riescono a controllare le rivolte dal basso che sfruttano questi strumenti».

18.40 «Le teocrazie islamiche crolleranno per tre ragioni: giovani e donne, che vorranno vivere come quelli degli altri paesi, e internet, che ancora non è controllato. Il web abbatterà i futuri muri di Berlino».

18.38 «Noi politici dobbiamo porci il problema di tutelare la privacy di chi non è un personaggio pubblico, di combattere le diffamazioni e le truffe on line».

18.33 «Internet permette di fare politica anche a chi ha minori risorse economiche, ma il suo rischio maggiore è la superficialità. Una voce di Wikipedia che sta lì da cinque anni e molto frequentata è una garanzia, quella messa ieri rischia di mettere in circolazione falsità».

18.30 Internet come censura o come possibile strumento del potere. Cosa può fare il legislatore? Per Bocchino il web è come la nitroglicerina: non possiamo farne a meno, ma se innavvertitamente la lasciamo cadere per terra ci facciamo male.

18.27 «Internet è uno strumento per fare politica, non la soluzione ai mali della politica. Ha potenzialità eccezionali, ma rimane sempre uno strumento».

18.24 Parola a Zoro, alias Diego Bianchi. «Tocqueville ragiona in prospettiva, chi non la pensa come loro è ora che inizi a fare lo stesso. A sinistra ci sono tentativi che falliscono per la solita capacità di sinistra di litigare». Si ringrazia per la pubblicità.

18.23 «Quando Berlusconi dice che non ha bisogno di internet perchè ha Letta, mi cascano le braccia».

18.22 «Devo togliermi un sassolino dalla scarpa: il primo presidente eletto da internet è stato Bush. O meglio, il web ha sancito la sconfitta di Kerry»: va in scena la vendetta di Mancia.

18.19 «Le stupidaggini si trovano anche sui giornali, ma la forza di internet sta nella sua capacità di autocorreggersi. Se scrivo una fesseria sul mio blog, dopo 30 secondi me lo fanno notare in un commento e perdo subito credibilità e lettori».

18.17 «Io non so dove finisca la libertà e dove inizi l'anarchia», risponde Andrea, «la mia libertà di dare schiaffi finisce dove inizia il naso altrui». Nella prima versione era un pugno, ma la platea sembrava non gradire.

18.16 «Da un punto di vista culturale», chiede la Montaruli, «quanto è affidabile la rete»?

18.15 «Internet sta cambando il mondo. Per curare la cistite del mio cane io mi sono affidato alla rete».

18.10 Augusta Montaruli, moderatrice del dibattito, provoca Velardi. «Se D'Alema e Veltroni sono bolliti perchè aprono tv, chi non lo è nel PD»? Risposta: «Nessuno, il PD ha bisogno di un nuovo leader». Amen.

18.07 «Non siamo in ritardo sugli USA. Il fenomeno Obama è nato grazie a innovazioni recenti, Youtube e Facebook, che gli hanno permesso di costruirsi uno straordinario consenso tra i piccoli donatori». Alle sue spalle Andrea mugugna...

18.05 «Mio fratello mi ha trascinato in questo mondo, oggi passo due ore al giorno su Facebook e ho un blog da aggiornare quotidianamente. E pensare che quando ero piccolo c'era la televisione in bianco e nero a due canali e, per mandare una lettera urgente, la dovevo imbucare».

18.02 Parola a Crespi, apertura in Cav stile: «sono il miglior sondaggista degli ultimi 150 anni». Dice di non conoscere una persona che si faccia influenzare dai sondaggi e che i new media gli hanno cambiato la vita.


18.00 Dopo il doveroso tributo alle vittime delle Twin Towers, si parte con Bocchino. Che spazza subito il campo dalle voci che si rincorrono: non mi candiderò in Campania, ma se lo facessi condurrei la mia campagna sui new media.

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09 settembre 2009
09/09/09. Il futuro inizia oggi
09/09/09. Non è la data della fine del mondo ma, nel suo piccolo, anche questo giorno passerà alla storia. L'XI edizione di Atreju, che inizia oggi, è la prima targata Giovane Italia, la nuova formazione giovanile del PDL. Il futuro inizia oggi, tra celebrazioni del ventennale della caduta del muro di Berlino e la ricerca di nuovi miti per una generazione che vuole cambiare la politica e l'Italia.



20.25 La serata volge al termine. Ultima domanda su Battisti, che Berlusconi spera di vedere presto dietro le sbarre. Buona serata a tutti.

20.23 Tributo doveroso alla caduta del muro, con solite bordate ai comunisti e annuncio di grandi manifestazioni per il 9 novembre.

20.18 «No all'Italia multietnica». Legocelodurismo? No, «la sinistra vuole fare infornate di immigrati per modificare l'elettorato italiano che li boccia sempre».

20.16 «Non faremo come Visco. No allo stato di polizia tributaria e al cittadino imprigionato dentro il fisco».

20.14 «Abbiamo già fatto molto, ma se qualcuno ha suggerimenti li faccia pure».

20.12 «Domani inaugureremo alla Maddalena un nuovo modernissimo centro congressi».

20.07 Domanda di una ragazza: quale muro abbatterebbe oggi? Berlusconi, oltre a convincerla a farsi invitare a cena, dice dhe vanno abbattuti quelli che arginano la meritocrazia. Va cambiata l'università: più merito e più vicinanza al mondo del lavoro. Poi il muro degli innamorati: le giovani coppie hanno problemi a farsi una casa. Infine quello del lavoro.


20.05 «Le alleanze non le abbiamo ancora decise. Due sole sono le certezze: Scopelliti in Calabria e Formigoni in Lombardia».

20.03 Un ragazzo chiede chi si riprenderebbe il Cavaliere tra Kakà e Casini e chi suggerirebbe per la mostra sui modelli da seguire per i giovani (uno degli stand di Atreju).

20.01 «Modificheremo la Costituzione parificando l'età dell'elettorato attivo e passivo. Se uno è sufficientemente maturo per scegliere i propri rappresentanti, lo è anche per candidarsi a rappresentare i suoi concittadini»

20.00 «Sarete anche voi la nostra classe dirigente»

19.59 Raffica di battute su Soru. Silvio uccide un uomo morto.

19.57 «Sono come tutti gli italiani. Amo il calcio, la bella vita, le belle donne. Mica come i signori della minoranza cattocomunista».

19.52 «Il nostro è un partito liberale di massa, con libertà di coscienza e possibilità di dissenso. Terremo periodicamente riunioni dei coordinamenti locali per coinvolgere il territorio. Con Fini un fraintendimento».


19.50
«Va bene la società civile», chiede la Meloni, «ma non sarebbe meglio coinvolgere l'organizzazione giovanile per sostituire la nuova classe dirigente? E che spazio c'è per il dissenso?»

19.47 E' il momento delle domande. Un ragazzo provoca Berlusconi sulle attenzioni per la Libia. Lui difende i rapporti con Gheddafi e, senza timore, sfodera una buona dose di cinismo: lo abbiamo fatto per gas e petrolio. «Adesso tutti i paesi delle ex colonie ci considerano un modello».

19.42 «Giorgia, in Consiglio dei Ministri parli sempre tu. Stasera mi prendo una piccola rivincita». E giù la prima barzelletta.

19.40 Il Cavaliere ricorda tutte le grandi vittorie elettorali dell'ultimo biennio tranne una: il Friuli. Chissà come sarà contento Simone...

19.38 «Enrico Fermi era italiano. Noi dobbiamo tornare al nucleare. Grazie all'atomo i francesi pagano l'energia il 50% in meno. Sfrutteremo il know how francese e polacco e torneremo nella modernità».

19.37 «Le associazioni delle imprese sono soddisfatte dei nostri provvedimenti. Altro che quello che dicono i cattocomunisti».

19.31 La giustizia italiana fa schifo. Scoperta l'acqua calda.


19.29
«Via l'ICI e finanziaria triennale per evitare gli assalti alla diligenza degli anni Ottanta che hanno moltiplicato il debito pubblico». Non ci aspettavamo una stoccata a Bettino. Chapeau!

19.26 Il 15 settembre consegna della prima casa ai terremotati abruzzesi. Il 21 riapriranno le scuole. Appartamenti consegnati entro il 30 settembre. E tutto senza aumentare le tasse. Il popolo di Atreju si spella le mani dagli applausi.

19.24 Difesa ducesca e autarchica dell'Alitalia italiana. Socialista corrente Tremonti.

19.21 Berlusconi difende l'adesione a South Stream, la più importante svolta geopolitica dall'inizio della legislatura.

19.19 Immancabile la rivendicazione della "politica del cucù". E una piccola confessione: è stata copiata da Putin.

19.17 «Abbiamo messo d'accordo Obama e Putin, contribuendo a gettare le basi per un mondo senza bombe nucleari»

19.10 Carrelata sui meriti del governo, si parte dalla politica estera (mediazione Georgia-Russia, aiuti a Gaza, moratoria sul pacchetto clima dell'UE, incontri e vertici, G8). Luci e ombre.

19.07 Ieri è stato il giorno in cui Berlusconi ha superato, per giorni da primo ministro, Alcide De Gasperi. Caspita!

19.05 Consigli per gli acquisti. Il Cavaliere apre suggerendo due libri ai giovani del PDL.

19.03 Silvio fa il suo ingresso sulla scena dei giovani italiani. Accolto da un'ovazione e dall'inno di Mameli.

19.00 Apertura in grande stile. Ospite d'onore: Silvio Berlusconi.

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05 settembre 2009
La Repubblica degli evasori
La lotta all'evasione fiscale torna a dare i suoi frutti, negli ultimi tempi. Da quando i suoi ufficiali non temono improvvisi trasferimenti quando ficcano il naso dove non dovrebbero, la Guardia di Finanza viaggia spedita. Nei primi cinque mesi dell'anno sono stati scoperti redditi nascosti al fisco per 13,7 miliardi di euro, più 2,3 di Iva e 8,7 di Irap. Se il 2008 era stato l'anno dei record per la lotta all'evasione, nel 2009 i risultati migliorano già di un 10% e confermano la serietà delle intenzioni di un ministro dell'Economia che pur non amiamo ma che, già un paio di legislature fa, cercò di aggredire gli evasori mettendo su di loro una taglia (in sintesi, per incentivare la collaborazione dei comuni nella lotta, a questi ultimi era lasciato il 30% di quanto recuperato incrociando le banche dati).
In un clima del genere, non sarà certo casuale che sia tornata a galla proprio ora la storiaccia di Ezio Mauro e del suo attico ai Parioli comprato in nero. Il direttore di Repubblica, araldo della superiorità morale, nello scrivere il solito editoriale altezzoso e presuntuoso per reagire al demagogo Berlusconi e ai suoi scagnozzi pennivendoli, ha persino confessato il reato (tanto è coperto da prescrizione, direbbe il suo collaboratore Travaglio), arrangiando una difesa da azzeccagarbugli del tipo: «Sì, è vero, ho evaso le tasse, ma per quelle poche che ho pagato ho versato più del dovuto».
Ovviamente le sue sono tutte balle, come hanno confermato un notaio, il vicedirettore di Italia Oggi e l'ex direttore tributario dell'Agenzia delle Entrate. La storiella è torbida, ma emblematica della statura morale di chi alza il ditino e pretende di dare lezioni agli altri. Ne trovate una sintesi ben fatta e ricca di link su Camelot Destra Ideale. Date un'occhiata e diffidate dei moralisti d'accatto.

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04 settembre 2009
Poi dicono dei birthers...
Il guru obamiano dei green jobs, Van Jones, è stato tra i firmatari, nel 2004, di un appello complottista che invitava a smascherare le responsabilità dell'amministrazione americana negli attentati dell'11 settembre 2001. Quando la notizia è saltata fuori, lui si è giustificato dicendo che l'appello non corrisponde alle sue vedute di oggi e di sempre. Facciamo anche finta che sia vero. Allora l'amministrazione Obama ha imbarcato uno che firma in bianco, sulla fiducia. Gli americani sono in ottime mani, non c'è che dire...

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20 agosto 2009
La realpolitik di Frattini
L'intervista rilasciata ieri alla Stampa dal ministro degli Esteri Frattini la dice lunga sull'orientamento della politica estera del governo Berlusconi. Nel quinquennio 2001-2006 il centrodestra era stato caratterizzato da una retorica ideologica filoamericana e il premier, puntando anche sul rapporto personale e diretto con Bush e Putin, aveva cercato di fare dell'Italia il ponte di congiunzione tra USA e Russia. La diffidenza, ampiamente ricambiata, per l'Unione Europea si legava alla necessità di cercare altrove una legittimazione e un ruolo a livello internazionale. L'apice di quella strategia furono gli accordi di Pratica di Mare e il gioco rimase in piedi finché resse il rapporto tra l'aquila americana e l'orso russo. L'amicizia personale col presidente texano permetteva al Cavaliere di far tollerare a Washington i giri di valzer con lo scomodo alleato russo e la professione di americanismo, accompagnata dalla partecipazione italiana alle missioni in Afghanistan e in Irak, aveva permesso a Finmeccanica di ottenere ricche commesse a stelle e strisce.
Superato il breve intermezzo prodiano e il suo momentaneo riallineamento in senso europeista, il centrodestra è tornato al governo nell'aprile scorso, imprimendo alla sua politica estera un'impostazione marcatamente realista. Subito, infatti, sono divenuti prioritari gli obiettivi di sicurezza energetica e l'attenzione del nostro paese si è indirizzata verso due importanti fornitori come Libia e Russia. Con la prima è stato siglato uno storico quanto discusso trattato di amicizia, che chiude almeno per qualche tempo il contenzioso coloniale in cambio dell'apertura dei pozzi libici allo sfruttamento da parte dell'Eni (più contorno di buone intenzioni sul piano del contenimento dell'immigrazione clandestina). Con la seconda, invece, l'avvicinamento è passato per la posizione mediatrice assunta dall'Italia nel conflitto russo-georgiano (già motivo di attrito con Cheney nei mesi finali del mandato bushiano) e, più recentemente, per l'adesione italiana al progetto del gasdotto South Stream.
La crisi economica, il cambiamento degli scenari globali, l'avvicendamento alla Casa Bianca hanno spinto il governo Berlusconi a definire, in maniera più stringente che in passato, gli interessi nazionali prioritari. L'impostazione realista della nostra politica estera si legge tra le righe in tutta l'intervista rilascita da Frattini.
È riconosciuta la priorità del teatro afghano, ma non si parla di nuovi soldati da inviare in Medio Oriente: come contributo al surge di Obama, Frattini si limita a prospettare il prolungamento della permanenza dei soldati attualmente dispiegati. Prolungamento, comunque, subordinato al risultato delle elezioni (per le quali, tra l'altro, viene prudentemente fissato un obiettivo in termini non di affluenza, ma di omogeneità di quest'ultima).
Per il ministro non bisogna fuggire come fecero i russi 25 anni fa, ma per stabilizzare la situazione è necessario trattare con i talebani non legati ad Al Qaeda e con l'Iran, che peraltro è per l'Italia un importante partner commerciale.
Frattini, infine, difende la scelta italiana di dirottare i propri investimenti sul gasdotto South Stream e l'alleanza strategica con Mosca, coltivata negli ultimi anni dai governi di centrodestra e di centrosinistra.
Insomma una riscoperta della realpolitik statocentrica, una politica delle mani libere velata da qualche concessione all'unità della NATO e ai buoni rapporti atlantici. Parecchie cose stanno cambiando nel mondo e la nostra politica estera pare tentare di adeguarsi.
Nel frattempo, in Afghanistan, c'è da salutare con soddisfazione una nuova tornata elettorale che si svolge in queste ore nonostante le minacce talebane. C'è da augurarsi che quello di oggi sia un altro passo nella lunga strada verso la democrazia per una terra in cui i valori occidentali fanno terribilmente fatica ad affermarsi. E sembrano destinati a faticare ancora in futuro.

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12 agosto 2009
Ma quali gabbie, serve più libertà

Tra università, lavoro, campagna elettorale e vacanze gli ultimi mesi sono andati piuttosto a rilento per Mithrandir. Proviamo a rimetterci con un po' di assiduità a seguire questo piccolo spazio virtuale.

Sapete com'è, scorrono tante cose sul web, sui giornali e sulle tv, ma alcune ti fanno venir voglia di buttare subito giù due righe. È il caso delle gabbie salariali, sovietica trovata agostana dei leghisti. Approfittando del clima da ombrellone e della stagione più adatta alle sparate populistiche in cui eccellono, Calderoli & co. hanno lanciato l'idea di legare la retribuzione al costo della vita che si registra a livello locale. Per rimpinguare le buste paga di là del Po, ovviamente.

Il guaio, però, è che stavolta, a differenza di quanto avvenuto per fiction da sottotitolare in bergamasco e bandierine regionali, ai leghisti è andato dietro pure Berlusconi. Salvo tardive e goffe smentite.

Ora, si potrebbe dire che, anche se la vita al Sud è meno cara, nei fatti già c'è una differenziazione delle retribuzioni che, anzi, è penalizzante per i meridionali rispetto al differenziale sul costo della vita. Al di là dei fatti, però, sembra sbagliata anche l'idea. La strada delle gabbie salariali porterebbe a legare salari e inflazione, creando tante piccole scale mobili e rischiando di innescare una spirale inflazionistica.

Cercare di dotare il paese di un apparato federale è cosa buona e giusta, ma solo se il federalismo viene utilizzato come leva per responsabilizzare gli enti locali a una gestione virtuosa della cosa pubblica. Così si mettono in piedi mille piccoli centralismi, destinati a ricalcare tutti i difetti dell'elefantiaca macchina statale.

Lasciamo che i salari siano determinati liberamente sul mercato, magari un po' alleggeriti dall'asfissiante cuneo fiscale. Sarebbe, semmai, più saggio promuovere ulteriormente la contrattazione di secondo livello, per delocalizzare gli accordi in direzione delle singole imprese e non di enti sia pur locali ma pur sempre pubblici.

Se proprio vogliamo trovare un parametro a cui ancorare i salari, perché non scegliere la produttività? Diamo più soldi ai più bravi, a prescindere dal dialetto che parlano e dalle fiction che guardano in tv. E affermiamo un modello contrattuale finalmente meritocratico.

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22 giugno 2009
Due sì e un no
Quando un paio d'anni fa si iniziò a parlare del referendum elettorale Guzzetta-Segni, esprimemmo non pochi dubbi al riguardo. Un sistema elettorale, sostenevamo, deve consolidare un sistema dei partiti e non stravolgerlo. Non spetta all'ingegneria elettorale produrre rivoluzioni partitiche e non avremmo consegnato la maggioranza dei seggi parlamentari a due partiti col 24 e il 17% (all'epoca, Forza Italia e i DS). Scrivemmo che prima si sarebbe dovuto creare un tendenziale bipartitismo e, poi, una legge elettorale in grado di consolidarlo.
Per le stesse ragioni, oggi ci troviamo a votare sì, in maniera convinta. Non abbiamo cambiato idea noi, è cambiato il sistema dei partiti. Nonostante l'attuale legge elettorale tenda a premiare (e lo ha fatto nel 2006) coalizioni melting pot, abbassando la soglia di sbarramento per chi si ammucchia, l'anno scorso si è presentato agli elettori un quadro ampiamente semplificato della politica italiana.
Non c'entrano le porcate legislative. Si è trattato di una scelta coraggiosa dei due attori principali della politica italiana. A sinistra, per cercare di mettere fine a quella grande anomalia italiana dell'unico partito socialista totalmente non autosufficiente d'Europa, si è dato vita al Partito Democratico, decidendo, poi, in vista delle elezioni, di selezionarne gli alleati. Con criteri discutibili, magari, visto il risultato politico, ma pur sempre in un'ottica di chiarezza.
Sul fronte destro della politica italiana, Berlusconi e Fini hanno reagito, cercando di non essere da meno e di non apparire come logori passatisti. Hanno impresso un'accelerazione al processo costituente del Popolo della Libertà, mettendo insieme un cartello elettorale da presentare alle urne in fretta e furia e scommettendo sulle sue potenzialità di diventare un unico grande partito. Hanno, poi, tagliato fuori gli estremisti di destra e di centro, per alleggerire e semplificare la coalizione.
Le scelte del PD e del PDL oggi meritano di essere premiate, votando sì ai primi due quesiti referendari per eliminare il potere di ricatto delle minoranze chiassose che si appropriano delle golden share governative. L'embrione del bipartitismo, nel paese, è ormai un fatto.
Continua a non convincerci, invece, il terzo quesito del referendum. È lodevole l'intento di eliminare l'italico malcostume delle candidature multiple, che premia il correntismo e l'asservimento all'interno dei partiti, ingannando peraltro gli elettori. Lo sposeremmo in pieno per tutti i candidati tranne che per uno, anzi due. I candidati dei due maggiori partiti alla presidenza del Consiglio. Il ruolo di capolista in tutte le regioni oggi ricoperto dall'aspirante premier è una delle piccole conquiste ottenute sulla strada della riforma della costituzione materiale in senso presidenzialista. Finché, però, queste innovazioni che sono nei fatti non saranno suggellate, in quella formale, dalla previsione dell'elezione diretta del premier, non ce la sentiamo di votare sì anche qui. Non basta il cognome sul simbolo da segnare sulla scheda. Quello c'è spesso anche in partiti che non esprimono candidati premier e, a volte, in una stessa coalizione si leggono sulla scheda parecchi cognomi.
Vale, comunque, la pena di andare a votare per questo referendum, anche per dimostrare maturità e consapevolezza dell'elettorato italiano, oltre che per premiare il bipartitismo e penalizzare i partitini.
Purtroppo, però, pensiamo che non basterà per raggiungere l'obiettivo sperato. Non si raggiungerà il quorum, ma almeno potremo dire di averci provato.

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29 aprile 2009
Il contagio del protezionismo
La febbre suina ne alimenta già un'altra: il contagio del protezionismo. Cina, Russia, Ucraina ne hanno approfittato per vietare l'import di carni suine dal Messico e da alcuni stati Usa. Quella carne non comporta alcun pericolo, la spirale dei protezionismi sì.

Federico Rampino, Repubblica, 29 aprile 2009

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23 aprile 2009
Il bue che dice cornuto all'asino
Antonio Di Pietro è sempre più organico alla casta che dice di combattere: dopo aver candidato l’inquisito De Magistris, dopo non aver eccepito a che il suo figlio mantenesse lo stipendio di consigliere provinciale benché inquisito, dopo aver cooptato mezza famiglia in politica, dopo essersi intestato la ricezione di tutto il finanziamento pubblico del partito, dopo tutto questo, ecco la nemesi definitiva a 17 anni da Mani pulite: l’ex pm, è notizia di ieri, si trincera dietro l’immunità parlamentare per non essere condannato in una causa per diffamazione che l’avrebbe sicuramente visto perdente. Il Parlamento europeo, con 654 sì e 11 no e 13 astenuti, ha deciso di non revocare l’immunità che Di Pietro stesso aveva chiesto dopo averlo pubblicamente negato.

Filippo Facci, Il Giornale, 23 aprile 2009

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