la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il Lodo Alfano è stata per lei un duro colpo. Le strategie dei suoi più fidati consiglieri e le rassicurazioni di Napolitano l'avevano convinta che l'esito di questa vicenda sarebbe stato positivo.
Chi le scrive, invece, è stato sempre piuttosto scettico sul verdetto che la Consulta era chiamata a partorire. I fatti mi danno ragione, ma questo poco importa. La sua reazione personale, almeno quella a caldo, è umanamente comprensibile. Si è trattato, infatti, di una sconfitta personale, politica e giudiziaria.
Lei ora sbandiera il suo consenso popolare, brandendolo come un'arma da usare in una guerra contro tutto e tutti. Questo fa piacere ad alcuni sostenitori del centrodestra poiché, in passato, quando si è trovato sotto pressione spesso lei ha dato il meglio di sé. Altri invece sono preoccupati dal fatto che questa sua ostinazione possa condurre il paese nella spirale di una battaglia autoreferenziale. Forse, se è vero che tra i requisiti di un leader c'è anche quello di mantenere i nervi saldi anche quando le pressioni si moltiplicano, conviene guardare alla faccenda con un po' più di distacco.
Come ha scritto Davide Giacalone, non si deve credere che il suffragio popolare sia un giudizio che supera quello penale e l'autonomia tra le due cose è alla base dello stato di diritto.
Lei il consenso lo ha sempre avuto, negli ultimi quindici anni. Lo ha avuto nel 1994, nel 2001 e nel 2008, quando ha vinto le elezioni. E lo ha avuto nel 1996 e nel 2006, quando pur avendo più voti dei suoi avversari le ha perse. È il consenso di una parte maggioritaria del paese che ha visto in lei una speranza di cambiamento o il male minore da scegliere. Comunque di milioni di italiani che temono più i programmi elettorali del centrosinistra che i suoi guai giudiziari.
Questo consenso le è bastato per andare spesso (ma nemmeno sempre) al governo. Non ha però impedito che i suoi avversari, anche perché privi di esso, le tentassero tutte per farla pagare a chi all'inizio degli anni Novanta fece mancare loro l'appuntamento con la storia. Insomma, non la mette riparo dagli scherzi del destino e dai tranelli della politica. Ormai lei dovrebbe essere avvezzo alle campagne diffamatorie e a quelle giudiziarie. Queste ultime sono tanto più facili se la magistratura indossa l'elmetto e decide di entrare a gamba tesa nell'arena politica.
Se, però, i giudici lo fanno, di ciò lei non è solo una vittima, ma anche il colpevole. Come lo è per gli altri problemi che affliggono la giustizia italiana. Il CSM è in balia delle correnti togate, la comunanza delle carriere di giudici e pm è uno sfregio ai diritti della difesa e i processi sono così lunghi da violare puntualmente le norme internazionali che ne richiedono l'equità. Sono cose che sappiamo da anni e, dal 1994 a oggi, c'è stato tempo in abbondanza per intervenire, ma ciò non è stato fatto.
Lei non sarà, forse, l'unico colpevole. La leadership indiscussa che ha esercitato sullo schieramento di centrodestra nella cosiddetta seconda repubblica la rende, però, quantomeno il principale indiziato. Chi le scrive avrebbe voluto vedere da anni riforme incisive del sistema giudiziario italiano, che oggi è una delle più imbarazzanti e disarmanti zavorre del paese. Così come in molti altri settori.
L'Italia è afflitta da un fisco asfissiante e da un debito pubblico imponente. Da oligarchie e monopoli pubblici e privati (?). Da una burocrazia elefantiaca e da una pubblica amministrazione poco produttiva. Lo è oggi e lo era nel 1994. La popolazione invecchia e la sostenibilità del sistema pensionistico per le prossime generazioni è affidata a un atto di fede. La crescita economica è un miraggio da molto prima che arrivasse la crisi. Servono modernizzazione e svecchiamento, un taglio netto alla spesa pubblica, alle tasse, ai parlamentari e alle province. Liberalizzazioni e meritocrazia. In poche parole, la rivoluzione liberale che lei ha promesso quindici anni fa e che ancora attendiamo.
Se lei è convinto che a colpirla sia stata una magistratura politicizzata, allora il colpo è arrivato da una sua mancata riforma. Da anni gli italiani, anche e soprattutto quelli che votano per lei, sono colpiti quotidianamente dalle sue mancate riforme. Fanno file interminabili agli sportelli pubblici, attendono per una vita sentenze che non arrivano mai, si affannano invano a cercare di capire come si compili una dichiarazione dei redditi e si vedono sottrarre dal fisco una quota spropositata del frutto del loro lavoro.
Prendersela col mondo o coi comunisti, o col mondo comunista, serve a poco. Si sfoga la rabbia, si eccitano gli animi dei tifosi più accesi, ma si fa la fine di don Chisciotte contro i mulini a vento. Per cambiare lo status quo ci vuole altro. Faccia come le ha suggerito Brunetta: due consigli dei ministri a settimana. Si dedichi di più al paese e meno ai lodi e risponda con le riforme di cui l'Italia ha bisogno. Ha una maggioranza blindata e un consenso popolare da record. Non ha più Casini o Follini vari da usare come scuse per l'immobilismo e molte delle cose da fare le può trovare già scritte nel programma che ha presentato agli elettori un anno fa. O in quelli delle elezioni precedenti.
Cambi il paese e gli italiani non avranno solo i processi, ma qualche buon motivo in più per ricordarla.
Con stima. E speranza.
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